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BRANO PER TALMELLI

Dopo Auschwitz, dopo Hyroshima, è il titolo del brano che sto componendo
Il titolo mi è stato suggerito dal M° Andrea Talmelli.

La prima riflessione che mi è affiorata nel cuore quando ho cominciato a comporre la musica, ruotava attorno alla domanda:
perché, negli ultimi 100 anni, la follia dei potenti ha spezzato più volte le ali e i sogni di pace di gran parte dell’umanità?

Tante possono essere le motivazioni, ma credo che la principale sia:

il cuore dei potenti si è indurito al punto che ha dimenticato cosa siano le emozioni (feedback), i valori tramandati dalla tradizione e soprattutto ha dimenticato quanto sacra sia la vita.

Perciò credo che la musica sia l’arte che più di altre possa risvegliare in noi i sentimenti profondi, che sono come dei guardiani di pace, di armonia, di tolleranza e di rispetto per le altre culture.

Ho dunque immaginato, sulla base del titolo suggeritomi, un percorso sonoro all’interno del quale si incontrano e dialogano serenamente elementi melodici di vari paesi (un canto processionale italiano, un tetracordo ebraico e una scala pentatonica giapponese).

Attraverso il mondo dei suoni, un’integrazione non solo è possibile ma necessaria e la musica è il veicolo più incisivo per sostenerla e alimentarla, perché essa ha lo straordinario potere di togliere la polvere dal cuore delle persone anche più ciniche.

Ecco che per me, 2012- R-esistenza, assume il significato di mettere al centro le parti più edificanti che l’esistenza umana ha prodotto, per unirle in un canto armonioso.

FRAMMENTI DI UN'ATTESA INFINITA

Con la scelta del titolo, “FRAMMENTI DI UN'ATTESA INFINITA”, ho condensato il percorso poetico incentrato sul Tempo dell’Avvento.

Frammenti intesi come una libera e personale selezione di frasi estrapolate da alcuni testi sacri della tradizione cattolica, ghermiti e colti in percezioni, sensazioni ed emozioni trascendenti, che talvolta, raramente, fanno irruzione nella mia anima.

Attesa infinita in quanto immagino la creazione come un movimento circolare e spiraliforme, inesauribile, che nutre di aspettative le illimitate generazioni umane che si affacciano di volta in volta, come onde marine che approdano sulla spiaggia, nel Teatro del Mondo.

Ho stabilito di articolare il brano in due parti distinte, due forme chiuse ben definite e contrapposte, per demarcare da un lato la fragile condizione umana (OH, LUX!) e dall’altro celebrare la potenza divina (AMORIS ACTUS LANGUIDI).

Le evocative e malinconiche armonie in modo minore della prima parte (finitezza della condizione umana) si contrappongono dunque al più luminoso e compatto Protus autentico gregoriano della seconda parte (allineamento con le forze cosmiche).

Dal punto di vista strettamente musicale, in “OH, LUX!” prevale una scrittura vocale sillabica ed omoritmia e il genere cromatico, allegoria del faticoso cammino verso la Luce dell’intera umanità.

L’arpa accompagna le voci femminili con fare processionale, cullante, sorta di continuum ritmico ipnotico, generato dal madrigalismo sonoro di due contemporanei arpeggi (dal grave all’acuto e viceversa), che simboleggia la stella di David, connubio tra Cielo e Terra.

L’incessante clangore sgargiante armonico, che arriccia il discordo musicale, esprime un sentimento di attesa, mix di speranza e timore, aspettativa e misurato stupore. Con “AMORIS ACTUS LANGUIDI” la scrittura sonora diviene più articolata, contrappuntistica, ed è caratterizzata dalla persistente alternanza tra solisti, singole sezioni e “tutti”, atta ad esprimere la molteplice e variegata energia del Dio Artefice, eterna fucina amorevole dalla quale è generato l’Agnello sacrificale, medicina del mondo.

Due differenti incipit tematici si rincorrono e attraversano l’intera pagina musicale, fino al loro conclusivo sovrapporsi (il primo tema con ben cinque aggravamenti contemporanei) e allinearsi.

Infine, come una nuvola che ha terminato il suo carburante di vapore, anche l’atto creativo, ormai spossato, si dirada, affievolendosi e sfumando. Per rigenerarsi. Siamo al settimo giorno.

STABAT MATER 2000

Lo STABAT MATER 2000 è basato quasi interamente sul testo della tradizione cattolica.

Il “quasi” è riferito al fatto che Tessadrelli ha inserito brevi frammenti provenienti da tre differenti fonti:

una voce enciclopedica, alcuni versi di T. Eliot e piccoli suoi interventi.

Il cammino sonoro si apre con l’enunciazione della II Legge della Termodinamica. La scienza e le sue branche (compresa la psicologia) è al giorno d’oggi il nuovo idolo che pare quasi onnipotente, in grado di risolvere tutti i nostri problemi esistenziali.

Ma il basso-scienziato che intona il testo d’esordio, consapevole del limite umano e dell’entropia per la quale tutta l’attività vitale è destinata ad annichilirsi (O buio,buio, buio, tutti vanno nel buio),si inchinerà ad un dolore più profondo, altruistico e liberatorio, quello della Madre di Dio che assiste impotente alle atroci sofferenze e ingiustizie patite dal proprio Figlio, consapevole di un progetto più grande di Lei.

L’arpa accompagna le voci femminili con fare processionale, cullante, sorta di continuum ritmico ipnotico, generato dal madrigalismo sonoro di due contemporanei arpeggi (dal grave all’acuto e viceversa), che simboleggia la stella di David, connubio tra Cielo e Terra. L’incessante clangore sgargiante armonico, che arriccia il discordo musicale, esprime un sentimento di attesa, mix di speranza e timore, aspettativa e misurato stupore.

Con “AMORIS ACTUS LANGUIDI” la scrittura sonora diviene più articolata, contrappuntistica, ed è caratterizzata dalla persistente alternanza tra solisti, singole sezioni e “tutti”, atta ad esprimere la molteplice e variegata energia del Dio Artefice, eterna fucina amorevole dalla quale è generato l’Agnello sacrificale, medicina del mondo.

Due differenti incipit tematici si rincorrono e attraversano l’intera pagina musicale, fino al loro conclusivo sovrapporsi (il primo tema con ben cinque aggravamenti contemporanei) e allinearsi.

Infine, come una nuvola che ha terminato il suo carburante di vapore, anche l’atto creativo, ormai spossato, si dirada, affievolendosi e sfumando. Per rigenerarsi. Siamo al settimo giorno.

NUOVI ANTICHISSIMI MONDI

N.A.M, ballate del Canto Invisibile, è un ciclo di 14 quadri sonori, che scaturiscono dall’immaginario dialogo tra essere umano e Assoluto.

Il percorso è circolare, partendo da Dio, passando attraverso il vissuto umano e tornando a Dio.
Ecco un breve commento per ciascun brano:

1. Le lacrime di Dio scendono dolcemente e generano tutti i mondi.

2. Inno di ringraziamento a Dio, per la bellezza da Lui creata.

3. Tutte le creature, come onde di fiume, precipitano vorticosamente nell’oceano e si dissolvono in Dio.

4. Gli innamorati, guardandosi negli occhi, cercano il riflesso del viso di Dio.

5. L’amore produce vibrazioni ed onde che agitano, come tamburi, l’oceano di Silenzio.

6. Il sole, nel sorgere per dare luce al nuovo giorno, rende pure tutte le creature.

7. La voce di Dio richiama all’amore.

8. Sopra l’Onda divina, la voce femminile intona il suo canto d’amore. Sotto l’Onda divina, la voce maschile risponde rapita.

9. Con sentimenti di ardore e di gioia, saliamo, di gradino in gradino, verso Dio.

10. Oscilliamo tra Uno e uno, con profondo stupore.

11. Di fronte a Dio, le nostre cellule, come pollini sonori, vibrano soavemente.

12. Un sentimento di poetica pace e fiducia avvolge il nostro cuore.

13. Danziamo allegramente la vita intrisi della grazia di Dio.

14. Giunge la sera, la clessidra della nostra esistenza è svuotata e Dio ci accoglie, con le sue delicate mani, come quelle di una tenera madre.

La musica è di Luca Tessadrelli ed è suonata con grande maestria e rara sensibilità da Domenico Clapasson, che cerca, in ogni singolo suono, di comunicare una profonda e toccante emozione interiore.

LIRICHE AL VERDI FANCIULLO

il primo brano, Preludio per spinetta turbolenta, affidato al solo pianoforte, scaturisce dall’immaginarsi “il piccolo Giuseppe Fortunino Francesco Verdi, di anni otto, mentre su una vecchia e malconcia spinetta, passa ore ed ore a fare esercizi con una foga ed una furia così selvagge che, dopo qualche mese, il povero strumento non ne può più e si rompe”.

Al termine dell’esecuzione tastieristica, sorta di variazioni basate su una progressione discendente, emerge da un lato della sala, imponente come un oracolo antico, una figura femminile con la voce di soprano, che intona l’inizio dell’Atto di nascita, secondo brano redatto in francese, del grande compositore (…”L’an mil huit cent treize, le jeur Douze d’octobre, à neuf heures du matin…”).

La cantante si accosta poco a poco al pianoforte ed in un’atmosfera sospesa, i due esecutori annunciano con la musica il lieto ed importante evento.

Nel terzo brano, La natura, la pace, emerge l’amore di G. Verdi per la natura. Infatti, fin da piccolo, “egli spariva di casa e se ne andava per i campi da solo, incantato e muto di fronte al mistero e alla bellezza della terra, del vasto cielo e dell’acqua dei canali, grigia e lenta”.

Il pianoforte ricama briose e liete trame sonore, mentre il soprano intona una sorta di contemplante Cantus Firmus.

Il successivo quarto brano, Inno all’amicizia, è un omaggio a quelle persone, ieri come oggi, che condividono, disinteressate, i doni dell’amicizia e della libertà di espressione.

Conclude La burla accademica, che narra dell’immaginario dialogo tra Verdi ed i docenti del Conservatorio di Milano, il giorno della tentata ammissione (poi risoltasi con una bocciatura) ai corsi di pianoforte e composizione.

Una serie dodecafonica, che rappresenta gli accademici, freddi ed un poco cinici, si alterna all’impeto popolare e romantico che sprigiona dall’istinto musicale primigenio del giovane compositore esaminato.

L’alternanza e il confronto dialettico che caratterizza le due opposte visioni di intendere l’espressione musicale, si risolverà in un gioco di chiaroscuri umoristici. Ma affiorerà anche un interrogativo che riguarda l’oggi: possono l’istinto, il cuore e la mente, comunicare tra loro ed incontrarsi serenamente?

FLATUS VOCIS

Flatus Vocis, canzoni e balletti metropolitani, 7 contrasti tra frenesia e quiete, per soprano, mezzosoprano, flauto (ed ottavino), clarinetto, violoncello, arpa e pianoforte, nasce su commissione del gruppo da camera “Caronte” nel 1992.

I committenti, all’epoca, hanno invitato il compositore a produrre un brano che fosse da una parte divertente ed accattivante, in modo da parlare ad un folto pubblico, dall’altra che tale brano non rinunciasse alle questioni di fondo che inquietano il pensiero musicale (e non) colto contemporaneo.

Tali questioni, tuttora aperte, riguardano la necessità di integrare due atteggiamenti dialettici contrapposti: l’uno meditativo, riflessivo, che si appoggia sulla ricchezza della tradizione e sulla necessaria conoscenza accademica della stessa, l’altro sperimentale, proiettato verso un frenetico cercare di esprimere il proprio tempo.

Da questi presupposti ne è nata una sorta di cantata poli-testuale, un viaggio sonoro che cerca di integrare le “danze Divine con le danze Mortali”, enfatizzando però i contrasti.

Con il termine Flatus Vocis, che significa “pura emissione di suono”, il compositore associa la frenesia alla civiltà odierna, che ci rende tendenzialmente come automi impazziti, come “cibo” per il “nulla”, mentre la dimensione più meditativa e riflessiva, poetica. Le due dimensioni esistenziali però non convergono verso un “senso” unico, ma viaggiano su binari paralleli.

Dunque, lungo l’intera composizione, prevale la sensazione di un “girare a vuoto”, di un’amara vertigine di desolazione esistenziale.

Anche la conclusione, con la comparsa del frivolo testo del Marino, che invita a convertire le “guerre in paci” e le “morti in vite”, pur nella dimensione del gioco, vitale, pulsante, presenta una mancanza di orientamento verso qualcosa di più stabile, più profondo, verso una riva che possa accogliere serenamente il tormentato essere umano.

Questo, in sintesi, il messaggio che ho cercato di far passare: il troppo “fare” contrapposto alla nostalgia del tempo che fu, se non finalizzate a qualcosa di più alto, ad una presenza vivificante del sacro nel quotidiano (le), risultano aride e, questo il senso ultimo, non portano in nessuna direzione, come un “fiatare” senza senso (nell’antico, inteso come rifugio quieto, lontano, poetico, verticale e profondo).

Resi e rappresentati simbolicamente anche dalle due voci liriche femminili; agile e acuta la prima, profonda e riflessiva la seconda.

Il numero 7, che equivale ad un ciclo compiuto (i giorni della settimana), è presente più volte: 7 sono gli esecutori, 7 sono i brani.

Ciascun brano è anche un omaggio musicale a sette compositori della tradizione occidentale cari all’autore: J.S.Bach (il rincorrersi canonico dell’incipit del tema dell’Arte della Fuga), il virginalista Alfonso Ferrabosco (i cromatismi del lamento inseriti nel tessuto modale), il minimalista sacro Alvo Paert (l’ ipnotica ripetitività ritmica e lo stile tintinnabuli), il frizzante clavicembalista Domenico Scarlatti (con gli “inceppamenti” tipo puntina che si sofferma sul microsolco di vinile).

LA NATURA E IL SACRO

RESERARE PORTAS

Bruma
Rivo
Ignis
Innocentia
Ut omnes unum sint


STABAT MATER 2000

II legge della termodinamica
Stabat Mater dolorosa
O buio, buio, buio
Pro peccatis suae gentis
Ho detto alla mia anima
Fac me tecum
Il risveglio

Le musiche che qui narriamo sono state più volte eseguite con successo in numerose località italiane (Brescia, Verona, Ferrara, Mantova tra le altre).

L’idea di fondo è quella di raggiungere un equilibrio, un’ integrazione tra testo poetico, gesto musicale e gesto scenico, in modo da esprimere con essenzialità una dimensione spirituale alla quale aneliamo nella nostra più profonda ed intima essenza.

RESERARE PORTAS (aprire le porte) è un ciclo di brani ispirati alla natura. Esso nasce da un’idea del pittore Rinaldo Turati, che ha invitato Tessadrelli ad interpretare alcune sue opere pittoriche attraverso i suoni. Inoltre, il sindaco di Roccavignale, un importante paesino collocato sulle prime colline in provincia di Savona e che godeva, anticamente, di una posizione strategica sulla “via del sale”, collegando la Liguria al Piemonte, ha invitato i due artisti a captare il genius loci di quel luogo, ad “ascoltare” la storia celata dietro le antiche mura della rocca, a riconoscere dietro una manifesta bellezza espressa dalla natura, la mano creatrice ed infaticabile di Dio.

Dall’ascolto dei suoni del vento, dalle atmosfere mattutine intrise di bruma, dal gorgheggiare lieve di un fresco corso d’acqua sottostante la rocca, poco a poco prese vita la musica che desideriamo proporre alla Vostra Cortese attenzione.

STABAT MATER 2000 nasce dalla collaborazione con la regista teatrale Maria Candida Toaldo, responsabile del CUT (centro universitario teatrale) di Brescia.

Il testo poetico latino è quello della tradizione cattolica, ma con l’aggiunta di un introduzione (aria per voce di basso ed elettronica) nella quale uno scienziato enuncia la II legge della termodinamica, che mette in evidenza come tutto è destinato ad estinguersi a causa dell’entropia.

Dopo tale conclusione, lo scienziato è mosso da una profonda disperazione (“O buio, buio, buio, tutti vanno nel buio”) che troverà conforto ed illuminazione nell’udire le parole dello Stabat Mater latino, nel quale si narra del dolore sacrificale e più universale della madre di Gesù, che invita, mediante il proprio esempio, a superare l’individualismo, a camminare assieme per realizzare un progetto più grande di salvezza e liberazione.